di Monique Grechi

L’uomo è costantemente influenzato dall’ambiente in cui vive. Anche per questo motivo quando cerchiamo delle soluzioni alle problematiche delle città dobbiamo considerare la presenza e il ruolo delle persone. Per questo, se si intende lavorare su un piano urbanistico con un approccio umanistico è necessario tenere in considerazione gli effetti psicologici che lo spazio può avere sui singoli individui, abitanti o turisti.

L’architetto austriaco Camillo Sitte, già nell’800 si è occupato di studiare la relazione tra psicologia, architettura ed urbanistica. Le sue riflessioni e analisi, contenute nel libro L’arte di costruire la città: l’urbanistica secondo i suoi fondamenti artistici, evidenziano l’importanza della qualità della progettazione all’interno del contesto urbano, in grado di creare diverse sensazioni nell’individuo che vive la città. È fondamentale quindi secondo Sitte, tenere presente nel processo di pianificazione i fattori che influenzano la mente e i pensieri delle persone, positivi o negativi. Uno spazio fluido o uno caotico ci colpiscono infatti in maniera diversa. Si prenda ad esempio l’immagine di Piazza San Marco e Palazzo Ducale nel 1865 (sinistra) e una più recente (destra).

Sensazioni di tranquillità o di agitazione, libertà o claustrofobia, interferiscono nella qualità di vita delle persone. Gestire quindi gli spazi anche in relazione al turismo di massa ormai presente nei centri storici delle città d’arte ma non solo, diventa una sfida ogni giorno più difficile, soprattutto in relazione al concetto di conservazione, dell’identità e dei valori di un luogo. Un tema urgente, che è necessario affrontare anche attraverso la collaborazione tra comunità ed enti amministrativi.

Come sostiene l’architetto Jan Gehl, fondatore dello studio Gehl Architects e autore del libro Città per le persone, “una buona architettura non pensa solo alla forma di uno spazio, ma alla vita che si svolge al suo interno”.