Di Elisa Vendemini

La mediazione dei conflitti è una pratica con un obiettivo principale: ricercare un accordo per la soluzione di un contrasto tra due o più persone. Il mediatore è invece quella figura terza che assiste le parti quando non sono capaci di negoziare un accordo soddisfacente per entrambe.

Il termine “conflitto” viene inteso generalmente con un’accezione negativa e si considera come un problema da risolvere, mentre quasi mai viene inteso come un momento di crescita, sia personale che del gruppo. È importante cambiare punto di vista e imparare a mediare i conflitti in chiave positiva, come espressione di diversità e come possibilità di miglioramento delle relazioni. La mediazione, in questo senso, serve a favorire il passaggio (non facile) da un conflitto distruttivo ad uno costruttivo. Si pone, infatti, come ponte tra le parti aiutando a definire degli obiettivi comuni su cui costruire delle strategie creative, al fine di arrivare a una soluzione condivisa dagli attori coinvolti.

Il presupposto che sta alla base della mediazione è che non esistono né vinti né vincitori, ma solo persone soddisfatte di aver trovato un punto di incontro. È fondamentale ricordarsi che la soluzione dei conflitti non si trova nel passato ma nell’innovazione. Per questo occorre agire con interventi in grado di disinnescare la naturale tendenza all’omeostasi, secondo cui il sistema cerca di mantenersi stabile e rinnegare il cambiamento.

Abbiamo continuamente bisogno di riferirci a qualcosa che conosciamo, ma cosa succederebbe se mettessimo in crisi questo attaccamento al passato?

Siamo in grado di accogliere i cambiamenti che permettono l’incontro di posizioni opposte?